di Vittorio Feltri
La politica si rinnova. Una volta i militanti rubavano per il partito, adesso invece rubano al partito. È l’evoluzione, bellezza. La vicenda di Luigi Lusi sembra surreale, ma non ha niente di onirico: è paradigmatica della sciatteria mentale che domina le segreterie. La Margherita aveva un bel tesoretto di 13 milioni (euro, non lire, altrimenti sarebbero stati 26 miliardi circa) e una mattina la magistratura scopre che è sparito. Le indagini sono in corso, quindi non diamo giudizi. Ma da quanto è emerso finora dall’inchiesta pare che la somma sia transitata (o finita) nelle saccocce del tesoriere, Lusi appunto, un signore dall’aspetto rassicurante, garbato nei modi, insomma uno che ispira fiducia. Per fortuna. Si sarebbe addirittura comprato una casetta in Canada, con vasche e pesciolini e tanti fiori di lillà. Cose che succedono nelle migliori famiglie, figuriamoci nei partiti.
Ciò che maggiormente sorprende è che mentre i milioni volavano via, e la cassaforte si svuotava, i dirigenti bidonati, e anche un po’ bidoni, dormivano. Come si fa ad avere un malloppo in disparte e non curarsene? L’unico che si era insospettito guardando i conti è l’ex ministro Arturo Parisi, studi alla Nunziatella di Napoli, docente universitario, un intellettuale, ma non un esperto di contabilità. Sarà per questo che nessuno gli dava retta quando eccepiva e sollecitava controlli? Mah! Sta di fatto che il partito, fondato e sfondato da Francesco Rutelli, ha dimostrato di non sapere neanche quanto denaro avesse nel portafogli, segno che non aveva necessità di spendere né debiti da saldare, forse era ricco. E allora la domanda non è: le «margherite» si sono fatte fregare perché tonte?, ma: a che serve il finanziamento dello Stato ai partiti se questi accumulano quattrini in quantità e dimenticano perfino di averli? Evidentemente sono soldi sprecati. Non è vero siano impiegati per finanziare la propaganda e le campagne elettorali che, d’altronde, si svolgono prevalentemente in televisione (gratis), dove vige la par condicio, cosicché tutti i gruppi hanno diritto allo stesso spazio.
I rimborsi statali sono strenne gentilmente concesse per fini extrapolitici. Non fosse così, come si spiegherebbe che la Margherita avesse accantonato 13 milioni nel disinteresse dei leader? E come si spiegherebbe che la Lega avesse investito una cifra analoga in Tanzania e altrove? Quasi tutti i partiti inoltre si sono dotati di varie fondazioni il cui scopo è oscuro. Un vortice di denaro di cui si ignorano gli utilizzatori finali che non vorremmo fossero politici, tra i quali sono parecchi quelli con uno stile di vita al di sopra delle loro possibilità. L’unica certezza è che nei dintorni del Palazzo non si è mai rubato tanto come da quando i professionisti della politica dispongono di quattrini in abbondanza. Ciò confermerebbe che la ricchezza fa a cazzotti con l’onestà.
Da notare che il finanziamento pubblico ai partiti fu abolito con un referendum, immediatamente superato con la legge relativa ai rimborsi. Come dire che i politici se ne infischiano del popolo. Salvo pretendere che questo poi li stimi e non insegua l’antipolitica. Quello di Lusi è l’ultimo di una serie di episodi, ed è il motivo per cui ne parliamo. Ma non si deve scordare il caso di Filippo Penati, che ha fatto rumore per un mesetto ed è quindi stato sepolto. E le tangenti, hanno appurato i magistrati, sono state date. Chi le ha prese? All’epoca di Mani pulite i leader non potevano non sapere. Ed erano condannati. Adesso possono non sapere e non pagano, né loro né chi materialmente ha trafficato con le bustarelle. Già. È l’evoluzione.
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