di Vittorio Feltri
La santificazione di Mario Monti è avvenuta ancor prima che il professore si sia stabilmente insediato a Palazzo Chigi. Agli occhi dei suoi numerosi estimatori (editorialisti influenti, accademici, politci) egli è l’unico che possa salvare l’Italia dal default cui Silvio Berlusconi l’avrebbe predisposta combinandone di tutti i colori. Ogni riga di giornale trasuda saliva. Lodi sperticate al nascente governo concepito tecnico e già avviato a diventare semitecnico con l’immissione di politici politicanti.
Ma l’entusiasmo è durato poco. Sono già cominciate le difficoltà per il neopremier e con esse i primi dubbi su di lui, le prime perplessità. In effetti Monti ha fatto i conti senza l’oste. Non appena nominato da Giorgio Napolitano, il presidente del Consiglio esordiente si è accorto che il suo ministero, benché attrezzato ad affrontare la situazione, per trasformare in leggi proposte salvifiche, cioè necessarie alla riconquista della fiducia dei cosiddetti mercati, ha bisogno del voto del Parlamento. Lo stesso Parlamento che fino a pochi giorni orsono non ha fatto altro che litigare su tutto, impedendo a Berlusconi di varare i provvedimenti rischiesti dall’Europa per considerarsi degni di rimanere nel club dei paesi solvibili, cioè capaci di restituire i soldi presi a prestito.
Quindi, il vero miracolo che deve compiere Monti non è sistemare il bilancio dello Stato e tappare i buchi, bensì mettere d’accordo i cani e i gatti dei partiti che continuano ad azzuffarsi sul programma potenziale, dato che quello effettivo non c’è ancora. Ecco il punto. Si dà il caso che le larghe intese, semplici da progettare, per il momento sono strette e assai basse. Esempio. Il Pd pretende una bella patrimoniale che colpisca i ricchi e consenta di spremere anche i poveri. Mentre il Pdl è ostile a un inasprimento fiscale sui patrimoni e non intende farlo passare per non scontentare il proprio elettorato, al quale ha sempre promesso di non mettere le mani in tasca ai cittadini.
Su queste misure, da cui il nuovo governo non può prescindere per cogliere l’obiettivo, Pier Luigi Bersani e Berlusconi sono in netto contrasto e decisi a difendere le rispettive posizioni tracciando una specie di linea del Piave. Sarà un’impresa titanica convincerli a desistere, anteponendo l’interesse nazionale a quello di bottega.
Non bastasse ciò, la Lega non ha detto né sì né no all’offerta di entrare nella maggioranza. Tentenna o finge di tentennare in attesa di comprendere cosa succederà domani. Intanto, per dimostrare alla base di avere le mani libere, Umberto Bossi ha rilanciato il rottame della secessione, promettendo alle camicie verdi di essere pronto ad armarsi e partire. Per andare dove? Non lo sa nemmeno lui, ma sa che la suggestione indipendentistica coagula consensi: i sogni aiutano a vivere e a sopportare le frustrazioni.
Alla fine dei giochi montiani, i padani comunque si arroccheranno al Nord sciacquandosi la bocca con lo slogan preferito: «Roma ladrona». D’altronde, pensare che il Carroccio sostenga un esecutivo che mira ad abolire le pensioni d’anzianità è una pia illusione.
Poi c’è l’Idv che la mattina si dichiara favorevole a elezioni anticipate e la sera, invece, afferma il contrario. Insomma, anche Antonio Di Pietro è di umore mutevole: oscilla tra le manette e le mani libere. E Monti che fa? Probabilmente l’impatto con la politica lo ha svegliato un po’. Se si sveglia del tutto, torna alla Bocconi e si gode il seggio di senatore a vita.
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