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Feltri: Venghino, signori, nel paese degli imbonitori

di Vittorio Feltri

In tutto il mondo sono i mezzi di comunicazione a farla da padroni, e questa non è una novità. Radio e televisione dominano da decenni, poi è arrivato internet con le enormi possibilità che offre, e le distanze sono state annullate, il globo è diventato piccolo piccolo, le relazioni umane non hanno limiti. Ma in Italia, sarà perché la conosciamo bene e ne discutiamo con cognizione di causa, si registra un fenomeno meritevole di essere approfondito. La rete e la tv (in misura minore la radio, benché sia stata usata per prima a scopi politici: Benito Mussolini ne comprese subito la forza e non esitò a sfruttarla) hanno consentito ad alcuni furboni di trasformarsi da cantanti, comici e giornalisti in predicatori di largo seguito.

Prendiamo Adriano Celentano. Già negli anni Cinquanta era famoso. I ragazzi andavano  matti per lui non solo perché dotato di una voce particolare, completamente diversa da quella dei melodici e virtuosi gorgheggiatori dell’epoca, ma anche per gli atteggiamenti stravaganti che assumeva quando si esibiva.

Il suo successo, oltre a essere stato clamoroso, è stato continuo. Celentano ha saputo amministrarsi con abilità, senza mai esagerare in presenzialismo, dosando con oculatezza le proprie risorse. Quando poi, come chiunque, si è un po’ appannato (la ripetitività incide in negativo sul talento), ha compiuto un miracolo. Ha quasi smesso di fare l’unica cosa che sa fare e ha cominciato a fare la cosa in cui è negato: parlare. Oddio, più che parlare, mormora frasi sconnesse in un linguaggio primitivo, improprio. Spesso perde il filo del discorso, non ricorda ciò che stava dicendo, ed è costretto a lunghe pause per chiarirsi le idee. Chi ascolta intanto osserva la sua mimica facciale, che tradisce uno sforzo enorme di concentrazione, e immagina che egli stia per rivelare sconvolgenti o almeno illuminanti verità. Invece dalla bocca gli escono banalità atroci, concetti elementari, logori luoghi comuni. Che però hanno molta presa sul pubblico più sprovveduto e fanno comodo a chi poi li utilizza, amplificandoli, per propaganda politica.

Adriano è un portento. Ostenta la propria ignoranza per mettere a proprio agio l’uditorio e così si concede ogni strafalcione, dimostrando che la grammatica e la sintassi sono pregiudizi borghesi. Ha un intuito infallibile nel cavalcare le mode pseudoculturali. Nei suoi pistolotti vi sono le stesse ovvietà di cui sono infarcite le canzoni popolari: l’ecologia, i prati che non ci sono più, il cemento che avanza, la bontà del Signore, la fedeltà, l’amore che è preferibile all’odio. Solo un genio riesce a dire tante sciocchezze spacciandole, grazie a un tono ispirato, profetico, per pillole di saggezza. E si dà il caso, in apparenza misterioso, che Celentano in tv registri audience da record. È un santone. Non per nulla la Rai si svena per averlo, quest’anno, a Sanremo, ospite al festival del conformismo non esclusivamente musicale. Alla sagra della scempiaggine Adriano farà un figurone: infatti canterà poco, ma ci farà una testa così con monologhi strampalati.

Altri predicatori si sono imposti. Due esempi: Beppe Grillo non si dedica più al cabaret classico. O meglio, ha applicato la tecnica del cabaret alla politica: in piazza e su internet, con effetti prodigiosi. Si è addirittura inventato un partito dal nulla che ha azzoppato la sinistra ortodossa. Il capostipite tuttavia è Michele Santoro. I suoi programmi oracolari sono stati assai imitati con eccellenti risultati commerciali. Oggi Michele non è più in Rai e si è indebolito, ma dobbiamo riconoscere che la paternità del genere (una via di mezzo fra teatro e informazione) è sua. Un imbonitore di classe? Sì. Non ha rivali nell’arte di magnetizzare i «sudditi»; un illusionista da palcoscenico.

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